La decadenza di una città un tempo esempio di tolleranza

Riflessione su Bologna e la sicurezza

I centri sociali protestano contro le recenti tendenze nazionali e locali sulle politiche di sicurezza
20 novembre 2007

La questione della sicurezza è di vitale importanza in una società, come quella contemporanea, dove il multiculturalismo e la convivenza tra etnie sono diventati elementi inscindibili per la definizione di una moderna città. Le risposte ai problemi di integrazione e convivenza pacifiche si muovono sempre sul filo di due binari: su uno si percorrono politiche di intolleranza, facilmente alimentabili dai fatti di cronaca che i media alimentano ad arte, accrescendo "la paura dello straniero" ed espresse attraverso regolazioni di flussi eccessivamenti severi o misure ugualmente repressive; sull'altro si tende a nascondere i problemi relegandoli sullo sfondo, come la questione dei Rom. Da questo e da altri spunti parte la riflessione del TPO, centro sociale da sempre molto sensibile nei confronti di tali temi sociali, che parte da una constatazione sulla situazione della tolleranza nella Bologna sotto la gestione Cofferati, le cui iniziative e posizioni sono sempre state molto discusse. Le norme restrittive riguardanti le chiusure notturne dei locali, la regolazione della vendita di alcolici, gli sgomberi coatti di intere comunità Rom hanno provocato danni nella società bolognese molto profondi. Ma la questione bolognese é soltanto, secondo il TPO, lo specchio di un quadro sociale nazionale, in cui non è mai stata avviata a livello politico una dinamina critica sui problemi di integrazione seria e profonda. "Le città italiane sono diversissime tra di loro, ma alcune centrali modalità di funzionamento le caratterizzano. Stiamo parlando delle politiche di controllo e di repressione che scandiscono sempre di più il funzionamento di paesoni e metropoli. Bologna non è diversa, anzi. Se questa giunta comunale, molto probabilmente ormai al capolinea, non si è distinta per una visione seria, particolare, autonoma, vincente di città si è sicuramente distinta per misure securitarie che hanno fatto dell'eccezione le norme. Leggi antibivacco, leggi antialcol, chiusura di spazi di socialità (molto spesso tramite sgomberi brutali) hanno contribuito a desertificare vaste zone della città dedicate alla socializzazione, e a nascondere il disagio sociale lontano dagli occhi del centro della città. Obiettivo principale: normare, disciplinare, rieducare espellere l'altro, il diverso, l'irregolare. Questa dinamica ha sicuramente coinvolto anche tutti coloro che agiscono nelle sue mille forme il mondo della cooperazione sociale. Meno soldi per i Sert, per la prevenzione, per il recupero socio economico fanno il palio con l'aumento costante di fondi per le tecnologie di controllo e di polizia. Un'espulsione delle marginalità negli angoli d'ombra della città che funziona come moltiplicatore dei problemi. Bologna, città una volta all'avanguardia rispetto agli interventi di prevenzione e riduzione del danno, è oggi un laboratorio di calcolato depotenziamento continuo dei servizi pubblici, del privato sociale e delle unità di strada che si spendono quotidianamente per innovare la politica sulle droghe e il cui lavoro rappresenta sempre più un'azione di esemplare coraggio di fronte ai continui tagli dei finanziamenti. Bologna, abbiamo detto, non è un'anomalia. Il problema è più complesso e ampio, è strutturale, perché lo è il modo con cui lo si affronta. Tentiamo di spiegarci meglio: riteniamo che le politiche proibizioniste, nonostante un oggettivo fallimento, sono sempre più patrimonio comune tanto delle politiche di destra quanto di quelle di sinistra. Così come è diventato patrimonio comune il terreno culturale del quale si nutrono queste politiche e che divide il mondo tra normali e devianti. Pensiamo che ciò costituisca un campo di battaglia importante sia perché come consumatori e come operatori, in un modo o nell'altro, ci coinvolge direttamente, sia perchè contribuisce a rafforzare una tecnologia del controllo che passa attraverso un disciplinamento immediato dei corpi, delle menti, dei desideri, delle pratiche e degli stili di vita. Nel momento in cui ogni aspetto della vita viene potenzialmente messo a valore e a lavoro ci rendiamo conto di come la questione ricopra un aspetto importantissimo. Qualsiasi cosa si pensi del problema delle dipendenze non si può non partire da questo dato. Inoltre lo stato attuale delle politiche e delle norme in materia di dipendenze costituisce un limite oggettivo e concreto al nostro lavoro quotidiano. Come possono gli operatori rendere efficace il loro lavoro al tempo della Fini Giovanardi mai scalfita dall'attuale governo? Abbiamo tanto lavoro da fare e lo strumento è quello che pratichiamo da sempre: il lavoro di rete. Vorremmo provare a potenziarlo ancora cercando di capire come si può fare prevenzione e riduzione del danno con i limiti che ci circondano ma anche con le potenzialità e con l'accumulo dato dal nostro lavoro. L'obiettivo minimo a cui puntiamo è una società giusta verso i consumatori, libera dalla proibizione e dalla speculazione, dove la salute sia un diritto concreto per tutt@. L'obiettivo minimo è la felicita. Siamo realisti e siamo ribelli." Fonte: comunicato stampa del TPO